Libanon, an den Grenzen des Krieges. Cap.3: über die Mauer, auf die Rückkehr wartend

(Di Alessandra Mulas, Giampiero de Luca)
01 / 05 / 16

I campi profughi in Libano non sono una novità, da 70 anni fanno parte integrante di questo paese. Nati per accogliere i palestinesi cacciati dalle loro case sono rimasti qui, vista l’incapacità della comunità internazionale di trovare una soluzione. Dopo lo scoppio del conflitto siriano altri sono sorti per ospitare coloro che scappavano dai territori occupati dallo Stato Islamico.

A circa 15 chilometri dal confine siriano nei pressi della città di al-Zahle, Valle della Beqa’, ci sono circa 400mila profughi (il 50% sono bambini) quasi impossibile avere certezza dei numeri perché non tutti hanno provveduto a registrarsi. Il campo che visitiamo è stato allestito più di quatto anni fa, non ci sono case ma solo incerte strutture di legno rivestite da teli di plastica prelevati da vecchi cantieri che a mala pena riescono a coprire i pochissimi averi ammucchiati all’interno delle baracche in cui spesso coabitano dalle 20 alle 25 persone, e se l’estate regala i suoi 45 gradi che fanno diventare l’aria di queste strutture irrespirabile, l’inverno ferisce ancora di più perché le piogge abbondanti e le nevicate non risparmiano nessuno.

Ayman Sharqiya, responsabile della zona per gli aiuti umanitari ci dice che cercano di fare il possibile per aiutare le famiglie presenti, purtroppo la gestione private dei terreni non consente di evitare il pagamento degli affitti, che raggiunge circa 600 dollari all’anno a tenda più i costi dell’energia elettrica. Non ci sono scuole ne alcun presidio sanitario, per le urgenze possono rivolgersi al vicino ospedale, dove comunque l’accesso alle cure non è facile.

La maggioranza di queste famiglie vorrebbe ritornare in Siria perché “è una terra che non è mai stata ostile, anzi ha sempre concesso gli stessi diritti previsti per i cittadini.” Ibrahim Houssein Mohammad, responsabile di un settore, racconta di essere fuggito da Idlib, a nord della Siria, la sua casa è stata distrutta, ha lasciato padre madre e i fratelli e deciso di attraversare il confine insieme a sua moglie e ai tre figli. Cerca di sopravvivere con lavori occasionali e ha una sola speranza che tutto finisca per ripercorrere quei pochi chilometri che lo separano dalla sua terra. La speculazione sui migranti in “fuga” diventati anche merce di scambio con l’intervento della Turchia, forse la conosciamo solo in Occidente.

Anche al campo di Shatila, periferia di Beirut, trovano accoglienza, oltre ai palestinesi di antica data, siriani- palestinesi e siriani, ma anche iraqeni, sudanesi, etiopi e altre nazionalità per un totale che supera le 35mila persone. Una convivenza difficile soprattutto perché in Libano è vietato ai profughi svolgere 73 attività professionali di alto livello, quali medico, insegnante, ingegnere etc per cui sono costretti a svolgere lavori sottopagati; l’affitto per loro varia tra i 250 e 300 dollari al mese, cifre chiaramente insostenibili per la maggioranza che si trova in stato di disoccupazione; devono inoltre sostenere i costi della tassa di soggiorno al rinnovo del permesso, 200 dollari a persona, spesso non riescono a raggiungere la cifra richiesta per l’intera famiglia, in media composta da 7/10 componenti, e scelgono la clandestinità.

Tutti vorrebbero tornare nella loro patria che si tratti di Palestina o Siria e soprattutto in quest’ultimo caso sottolineano che rimpiangono uno Stato che garantiva loro casa, lavoro, sanità e istruzione.

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