Donbass - Cap.5: Kampfname "Spartakus"

(Di Giorgio Bianchi, Giampiero Venturi)
04 / 07 / 16

Ritroviamo Spartaco sul posto di lavoro, a poche centinaia di metri dalle linee nemiche. Viene dalle valli bresciane; nei rari casi in cui apre bocca, si capisce subito. È un uomo con più esperienza che parole: per anni si è forgiato con le Forze Armate italiane e le missioni all’estero. Ora lascia parlare le decorazioni che ha conquistato sul campo.

All’aeroporto di Donetsk, durante l’accerchiamento del Monastero di Iversky, lui c’era. Per giorni è rimasto tra le mura del sacrario, accerchiato dagli ucraini con temperature fino -20°. Rovistare in quei ricordi è un salasso. Le ferite subite, i compagni caduti, il gelo, i cinque piatti utilizzati per mangiare a turno da un intero plotone, l’umanissima paura di morire… tutto scava dentro come una lama fredda. Torna come un incubo soprattutto la torre di controllo dello scalo da cui veniva la massima concentrazione di fuoco nemico.

Ricorda bene Spartaco, ricorda tutto: ricorda i bossoli che cadevano a terra con un ossessivo rumore di metallo leggero; ricorda le bandiere ucraine sulle antenne dei tank, così vicine da ricoprire la visuale del mirino; ricorda tutte le volte in cui ha pensato alla madre e alla possibilità di non rivederla.

Andiamo al monastero col suo commilitone Lom “palla di piombo” che ci descrive nei dettagli la battaglia. Ci mostra anche uno schema sulla parete: le croci significano “nemici uccisi”. Per terra ancora bossoli, maschere antigas, scatole di cibo aperte e poi macerie, macerie, macerie ovunque... La parola fine l’ha messa l’artiglieria del comandante Givi che col suo battaglione dei “Somali” ha letteralmente sommerso l’aeroporto Sergei Prokofiev sotto una pioggia di bombe, piegando la resistenza dei “Cyborg”, i soldati ucraini asserragliati dentro. L’inferno di quei giorni vive in ogni frammento, in ogni centimetro. La guerra è passata di qui e ha portato con sé un silenzio eterno.

Per molti sarebbe finita là: due ferite, una medaglia e l’onore salvo. Ma Spartaco viene dalle valli bresciane, dove sono i muli a scendere a patti con i padroni e non viceversa. Lui ha deciso di restare, che in gergo vuol dire una cosa sola: vincere.

Ora è nuovamente al fronte, dove la guerra si fa casa per casa. Gli diciamo che in Europa nessuno sa nulla di quanto succede qui e lui sorride… Ironizza sui social network e sulla mollezza della gioventù europea, senza più bandiere, senza più ideali… Ci racconta di quanto dorma poco e male tra bombe e raffiche nemiche. È una scelta, ma anche una prova, una misura di sé e delle cose in cui crede.

Tra gli accenti della sua cadenza bresciana ogni parola odora di guerra: parla del nemico che avanzava granate alla mano, delle case in cui ha trovato rifugio, dei ninnoli di ceramica rimasti intatti tra le macerie, delle foto di bambini alle pareti, dei paradossali arredi di Natale… E poi ci dice dei calendari che segnano tutti l’anno 2014, l’anno del bivio, l’anno in cui l’Ucraina ha scelto la guerra civile, l’anno del piano inclinato che ha portato al baratro.

La guerra ha congelato il confine tra Donbass ed Ucraina come una tempesta magnetica che ha imposto un tragico fermo immagine. Qui non c’è spazio per gli sciacalli e nessuno ha toccato nulla.

Spartaco ci porta in giro, ci fa conoscere gli altri. La sua postazione però è Sperren perché troppo avanzata e pericolosa. Gli squilla il telefono, poche parole in russo e poi i saluti. La sua lunga giornata è appena iniziata.

(Foto / Video: Giorgio Bianchi)